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Posts Tagged ‘Peer Review’

Descrive la sua disciplina (studio di dati sperimentali, biologia e medicina, con metodi matematici; luogo di incontro fra fisica e biomedicina).
BMC: 184 riviste ad accesso aperto, gli autori hanno diritti riservati, sono tutte referate. Le riviste della parte biologica hanno peer review classico, con referee anonimi e commenti che vengono poi raccolti dagli editor. 3 riviste di punta, di argomento meno specializzato, e quindi con impatto più alto. PLoS ha meno riviste, due di punta. La prima cosa che si va a vedere per scegliere di pubblicare su una rivista è l’impatto. I giornali OA non hanno ancora i livelli dei principali giornali di settore. Anche PloS che è molto buono come livello non è paragonabile ai classici “Science”, “Cell”, “Nature”. Peraltro qss. 3 riviste sono accessibili ovunque perché tutte le biblioteche le acquistano. Non è automatico che la disseminazione e l’accessibilità sia maggiore con le riviste OA. Per settori meno specializzati: IF di riviste core è molto più alto di quelle OA e non c’è così tanta differenza rispetto alla diffusione (in qualsiasi luogo dove si fa ricerca biomedica si possono consultare “Nature” o “Cell”). Per riviste molto specifiche invece IF delle riviste Biomed è più alto. Andando nello specifico delle discipline i parametri di impatto scendono inevitabilmente e i livelli tra riviste tradizionali e riviste OA si avvicinano.

Si sta lavorando per rendere aperti e sempre più trasparenti i sistemi di peer review. Infatti si è generata insoddisfazione nella comunità scientifica per la peer review tradizionale, perché il processo è anonimo e non sempre trasparente. Si crea una situazione asimmetrica (nome dell’autore è noto, nome del revisore anonimo) che genera scontento. Nuovi modelli
Open peer review: (BMC journals): referee non anonimi e commenti pubblicati insieme all’articolo. Il modello funziona ma ha problemi: più difficile trovare referee e generalmente sono meno severi (temono ritorsioni, non vogliono essere contattati direttamente dagli autori)
Open peer review facoltativo: PLos chiedeva giustificazione in caso di rifiuto da parte del referee ad aprire il peer review. Gli atteggiamenti più frequenti sono il timore di ritorsioni e di essere contattato direttamente dagli autori. Non è detto che il referee sia in posizione di potere rispetto a chi giudica. Non è ovvio che peer review aperto sia sempre migliore di quello chiuso
Community peer-review (Nature): i lavori sono sottoposti a peer review tradizionale e contemporaneamente resi pubblici. Ma generalmente si ricevono pochi commenti e poco utili.
Open and permissive peer-review: gli autori devono cercarsi tre referee: questo è già un filtro. L’articolo viene pubblicato anche se report è negativo, con report firmati. Ovvio che l’autore in questo caso preferisce non pubblicare perché vengono pubblicati anche i commenti.
No peer review (Philica: non ha peer review ma solo commenti post comunicazione: infestato da pseudoscienza)

L’accesso ai dati è più importante dell’accesso alle pubblicazioni! Nella bioinformatica si fa ricerca sulla base di dati provenienti da database aperti. La ricerca in questo campo sarebbe impossibile se non ci fossero i dati su database pubblici. Anche Nature richiede che i dati siano resi pubblici. Chi pubblica i dati li esplora ma non fa ricerca approfondita su tutto. Ci sono moltissime informazioni che non sono ancora state estratte ed elaborate! Anche i software sono open source. Si puo’ quindi fare ricerca con un PC e un accesso Internet. Se le riviste fossero OA, con 500 euro (PC e connessione veloce) si potrebbe fare ricerca di alto livello. è la portata rivoluzionaria dell’accesso aperto in bioinformatica.

(Bianca e Giovanna)

 

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Repository serve a
-Disseminare l’informazione
-Gestire dei flussi di lavoro
Schiltz: piu’ importante accedere all’informazione “on demand”, piuttosto che possedere una grande quantità di conoscenza personale diretta.
Documenti sono mattoni di base di un’architettura partecipativa di gestione e condivisione della conoscenza:
2 aspetti
-documenti
-servizi a valore aggiunto (Ambruster)
Aperto
Creare valore con AperTO:
1) scenari organizzativi: razionalizzazione dei flussi di lavoro
-Collaborazione con progetto “Catalogo delle pubblicazioni della ricerca di Ateneo”
Intenzione di far inserire al docente i metadati delle pubblicazioni una sola volta e usare questi dati in AperTO. Si limita così l’apporto del docente in Aperto al full text.
-Sensibilizzazione delle autorità accademiche per introduzione di una policy obbligatoria di deposito
-Organizzazione del flusso di lavoro delle tesi di laurea e di dottorato
-Collaborazione con biblioteche e ambiti
-Collaborazione aperta al territorio
2) scenari tecnici/servizi: AperTO puo’ diventare uno spazio per la gestione e il marketing delle pubblicazioni scientifiche
-Strumenti di export in formati bibliografici standard
-Collegamento con il Portale di Ateneo
-Policy di sicurezza (disaster recovery, digital preservation). Collaborazione con archivio storico.
-Autenticazione (possibilità di implementazione delle credenziali SCU su AperTO)
2) scenari globali: pubblicare su AperTO permette:
-di essere piu’ citati
-la costruzione di servizi
-di archiviare in ambienti sicuri la propria produzione
Conclusioni
Pubblicare OA
-da’ la possibilità di sperimentare nuovi modelli di pubblicazione ibrida
-permette di ragionare su legame tra blogosfera, paper scientifici, social network e di provare con open peer review più strutturata, con più legami con web 2.0 (vd. ORE, compound objects, lineage, semantica)

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Paolo Gardois reindirizza la discussione sul problema della peer review, ponendo due domande
1)esistono modalità codificate di peer review?
2)non è meglio applicare la peer review dopo la pubblicazione?

Lughi risponde sottolineando le differenze tra discipline. Nel campo delle discipline umanistiche la peer review quasi non esiste, ma è data dal mercato. Inoltre ci sono differenze tra opere di nicchia e opere che hanno statuto divulgativo (in questo caso la validità è decisa dal mercato). C’è una polarità che implica la scelta dell’articolo rispetto al libro nel campo scientifico e del libro nel campo umanistico. Conclude con l’affermazione che il web 2.0 ha un ruolo fondamentale nella creazione di processi di peer review.

Piga accenna ai pro e ai contro della peer-review non anonima. C’è il problema dei brevetti, ad esempio nel campo della ricerca farmaceutica.

Tamagnone illustra la necessità di una peer review diversificata a seconda di chi scrive. Ad esempio per un lavoro che arriva da paese dell’Africa, magari non scritto bene, l’anonimato è fattore fondamentale. Per un lavoro di ricercatori famosi è più importante aprire e rendere trasparente la peer review (vd. i blog aperti dai ricercatori in cui si segue l’esperimento dall’inizio fino ai commenti). Difficoltà di aprire la peer review per l’ambito in cui ci sono molti interessi (ambito farmaceutico). l’IF è discutibile ma è una garanzia di oggettività. L’IF puo’ essere un limite nella fase iniziale ma in prospettiva il limite potrebbe essere capovolto: sfruttando il meccanismo virtuoso (facilità di accesso alle riviste), man mano aumenta l’IF delle riviste OA. La rivista OA a parità di IF ha a questo punto un vantaggio in più, la più ampia diffusione che per il ricercatore è un valore aggiunto. Esperienze di peer review post-pubblicazione è interessante, ritenuta di interesse per i ricercatori. Peer review aperta è più complessa perché sono necessari vari livelli di review (è indispensabile un livello di validazione preventiva, per scorrettezze evidenti). Il livello di selettività richiesto è diverso a seconda della rivista che il peer giudica. Quindi poi la qualità è diversa a seconda delle rivista.

(Bianca e Giovanna)

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Assistiamo alla partecipazione di esperti del settore appartenenti a diverse aree disciplinari (economia, linguistica, medicina, giurisprudenza, ingegneria, fisica). Si tratta di ricercatori che portano l’attiva esperienza nel campo:

Vittorio Valli, editor di una rivista economica OA, European Journal of Comparative Economics, la cui fondazione ha inteso rispondere a due problemi: 1. aumento costi riviste 2. avere una maggiore diffusione. Una rivista aperta può avere una diffusione maggiore di quelle tradizionali, anche a livello internazionale: è una rivista referata, con un supporto tecnico gestito alla LIUC. Il primo anno 3000 downloads/anno, dopo tre anni nel 2007 10000/mese! È un risultato migliore delle maggiori riviste del settore. Non ha ancora IF, ma si possono fare valutazioni sull’impatto citazionale. Costi quasi nulli, circa 2000 euro l’anno. E’ diffusa in 560 biblioteche del mondo.

La diffusione elettronica prenderà il sopravvento su quella cartacea. Il vantaggio è l’immediatezza, le conoscenze arrivano sulla rete alla velocità dei working papers. Tuttavia la selezione della qualità è in una fase di erosione. Molti articoli vengono pubblicati magari prima su siti web, con un anticipo di due o tre anni, poi su rivista, che dà indicazione qualità, ma che arriva troppo in ritardo. Possibilità di certificazione della qualità diminuirà nel tempo. Selezione non deve essere condotta solo su un piano economico-finanziario.

Sergio Margarita, che interviene con una battuta: “ma quale crisi dei prezzi? Se ho un bene e tutti continuano a comprarlo anche se il prezzo aumenta, la crisi è per chi paga!”. Poi commenta: “Spero che non ci siano editori in sala…”. È di formazione ecnomica, dirige il LIASES. Da anni si parla di “open”, non access ma open source e open content. Riusabilità dei materiali per e-learning. Peccato che in sala ci siano pochi professori/ricercatori! La comunicazione scientifica la fanno loro. Intravede due azioni per sostenere sviluppo OA: 1. definire un modello di business 2. intervenire in modo profondo e incisivo sui modelli culturali
1. il modello OA e’ difficile da sostenere perche’ e’ contro l’establishment dell’editore, va contro il produttore di contenuti (non attira una rivista che magari non ha IF, ai fini della carriera accademica, a parte i fisici pionieri), magari anche contro i bibliotecari. Bisogna rovesciare il modello di business attuale. SCOAP3 e’ vincente, perche’ presenta un modello di business ben preciso. SCOAP propone un modello di business, infatti non si basa sull’idea di risparmiare, tagliare i costi, ecc. ma di riorientare le spese, reindirizzarle.
2. Il problema non è tanto di tipo tecnologico, ma culturale, relativo ai diritti e al riuso del materiale. Bisogna intervenire in modo profondo e incisivo sulle resistenze (forti in Italia) che sono un grosso freno all’open content. Difficile far orientare un modello che di pubblicazione libera su Internet, soprattutto per i materiali didattici.
Non possiamo dire che esista “IL” modello economico, ma diversi modelli: non è l’OA tout court che è cosa buona, ma esiste un OA che funziona solo se ha alla base un modello di business.

Altri punti di vista arrivano da utenti open access: come Luca Tamagnone, che ha pubblicato su Biomed Central. Testimonianza di ambito biomedico: la comunità di ricerca è ampia e complessa. Il numero dei core journals è alto, almeno una ventina e comunque quelle che si leggono e su cui si pubblica sono centinaia. Questo certamente è un problema. L’elemento che lo ha portato a pubblicare OA è accidentale, legato alla scelta di una rivista, che si è basata anche sull’IF, come avviene abitualmente. Prima non aveva grande esperienza di che cosa significasse pubblicare OA. Pubblicare con Biomed gli ha permesso di capire qualcosa in piu’, di conoscere OA. Confrontarsi con riviste OA conduce a porsi delle domande.
Altro elemento importante per il suo settore è che non esistono sistemi di circolazione di pre-print. Tempi di pubblicazione sono rapidi, ma non si comunica se non in modo tradizionale. A meno che qualcuno non crei un sito personale. Ci sono anche periodici che impongono vincoli forti (puoi pubblicare solo se non hai divulgato prima il tuo articolo)(Ingelfinger’s rule).
Quando ha provato a pubblicare su BMC ha avuto la fortuna di arrivare in un momento in cui la membership dell’Ateneo di Torino era vantaggiosissima per i ricercatori. Il modello author pays va pensato bene, bisogna stabilire quale sia l’attribuzione dei costi. Può essere accettabile per un ricercatore di pagare una quota extra per garantire una quota ampia di accesso, ma bisogna riflettere sulla ripartizione dei costi. Poter pubblicare, anche se a costo ridotto su questi giornali può essere un problema ma è senza dubbio uno stimolo. Importanza di valorizzare questa possibilità per promuovere OA

Interviene poi Manuel Barbera, che lavora nel campo della linguistica e si occupa di licenze e proprietà intellettuale in relazione al sito dei corpora linguistici in rete. Un corpus è un oggetto ibrido, non è cartaceo, ha una componente sw e una componente testuale. Richiede delle messe a punto anche da un punto di vista legale. Per la prima volta lo ha fatto la sua equipe. Si è ragionato sulla tradizione della filosofia open source. I diritti o la rinuncia a determinati diritti non devono essere messi a valle. Il massimo dei limiti è messo a monte. Copyleft è un diritto regolamentato, avendo in mente diritti e libertà dell’utilizzatore. Hanno avuto il sostegno di un’altra istituzione, la Creative Commons Italia, che è a Torino, e i massimi esperti sono a Torino (Ricolfi, Ciurcina, …). Licenziare corpora in modo legale, difendendo chi li ha prodotti, chi ha creato i sw e gli utilizzatori che devono essere liberi di servirsene nelle loro ricerche è possibile. I risultati del lavoro sono stati raccolti nel volume Corpora e linguistica in rete: e così chiudiamo il circolo biblioteconomico. Il libro è infatti rilasciato dietro licenze CC, pur essendo una produzione cartacea. quindi le licenze Creative Commons vanno bene anche per opere cartacee.

Antonio Piga, che modera la tavola rotonda, pone l’accento sul ruolo del reviewer, che è indispensabile. Ha una variabilità enorme per quanto riguarda i tempi. E’ un ruolo che richiede massima rapidità. C’è persino competizione tra reviewer. È un’attività totalmente gratuita ma molto qualificante sul piano della ricerca e della visibilità.

Interviene dal pubblico Elena Giglia, che mette in evidenza il vantaggio per il ricercatore e per l’istituzione, che deriva dalla disseminazione, dal numero esponenziale di citazioni che l’articolo OA riceve. Inoltre evidenzia che il canale di diffusione OA è alternativo al modello tradizionale, non si vuole sostituire ad esso. Non tutte le riviste OA chiedono un contributo. L’IF è uno standard ma non è un canone, può essere messo in discussione. Finanziamento dovrebbe coinvolgere area di ricerca non solo aree biblioteche

Stefano Bianco concorda sulla bontà generale dell’OA, come di dimostra il successo di JHEP

La parola passa a Raffaele Caterina, che porta la voce delle scienze giuridiche: c’è cultura giuridica su Internet ma per lo più da siti e riviste che presentano dati e sentenze con taglio pratico, non sarebbero accolti dall’accademia. Ci sono anche esperienze di taglio accademico ma generalmente marginali. Patologia propria dell’editoria giuridica, dove la componente di pubblicare per i concorsi (non è solo del campo giuridico) è molto forte. La ricerca nel campo della fisica richiede enormi apparati e la comunità è piccola. Nelle discipline giuridiche è il contrario. Questo ha delle conseguenze. Bisogna rendere appetibile pubblicare OA. Bisogna che il gioco sia vincente, che pubblicare OA dia almeno gli stessi vantaggi delle forme di pubblicazione tradizionale. La comunità giuridica fa molta fatica a operare un processo di selezione e bisogna che l’OA offra dei criteri. Aggiunge che l’effettiva diffusione della cultura OA è anche legata a un fatto generazionale e che non si possa pretendere di cambiarla nel giro di pochi anni.

De Martin conclude:
OA è solo all’inizio, è un processo che altererà i modelli forse nel giro di 150 anni, non possiamo aspettarci che sia immediato. Un cambiamento tecnologico ha reso possibile ciò che un tempo era impossibile! Tempo fa avremmo detto sarebbe bello inviare le nostre pubblicazioni di Stanford in Mozambico, sarebbe bello che anche chi ha meno soldi possa contribuire alla crescita della comunità scientifica, questo ha una portata etica fortissima! La potenzialità è motivante. I business models arriveranno, non dobbiamo temere, così come sono arrivati all’open source arriveranno all’OA.

(Bianca e Giovanna)

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