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Posts Tagged ‘Impact Factor’

Assistiamo alla partecipazione di esperti del settore appartenenti a diverse aree disciplinari (economia, linguistica, medicina, giurisprudenza, ingegneria, fisica). Si tratta di ricercatori che portano l’attiva esperienza nel campo:

Vittorio Valli, editor di una rivista economica OA, European Journal of Comparative Economics, la cui fondazione ha inteso rispondere a due problemi: 1. aumento costi riviste 2. avere una maggiore diffusione. Una rivista aperta può avere una diffusione maggiore di quelle tradizionali, anche a livello internazionale: è una rivista referata, con un supporto tecnico gestito alla LIUC. Il primo anno 3000 downloads/anno, dopo tre anni nel 2007 10000/mese! È un risultato migliore delle maggiori riviste del settore. Non ha ancora IF, ma si possono fare valutazioni sull’impatto citazionale. Costi quasi nulli, circa 2000 euro l’anno. E’ diffusa in 560 biblioteche del mondo.

La diffusione elettronica prenderà il sopravvento su quella cartacea. Il vantaggio è l’immediatezza, le conoscenze arrivano sulla rete alla velocità dei working papers. Tuttavia la selezione della qualità è in una fase di erosione. Molti articoli vengono pubblicati magari prima su siti web, con un anticipo di due o tre anni, poi su rivista, che dà indicazione qualità, ma che arriva troppo in ritardo. Possibilità di certificazione della qualità diminuirà nel tempo. Selezione non deve essere condotta solo su un piano economico-finanziario.

Sergio Margarita, che interviene con una battuta: “ma quale crisi dei prezzi? Se ho un bene e tutti continuano a comprarlo anche se il prezzo aumenta, la crisi è per chi paga!”. Poi commenta: “Spero che non ci siano editori in sala…”. È di formazione ecnomica, dirige il LIASES. Da anni si parla di “open”, non access ma open source e open content. Riusabilità dei materiali per e-learning. Peccato che in sala ci siano pochi professori/ricercatori! La comunicazione scientifica la fanno loro. Intravede due azioni per sostenere sviluppo OA: 1. definire un modello di business 2. intervenire in modo profondo e incisivo sui modelli culturali
1. il modello OA e’ difficile da sostenere perche’ e’ contro l’establishment dell’editore, va contro il produttore di contenuti (non attira una rivista che magari non ha IF, ai fini della carriera accademica, a parte i fisici pionieri), magari anche contro i bibliotecari. Bisogna rovesciare il modello di business attuale. SCOAP3 e’ vincente, perche’ presenta un modello di business ben preciso. SCOAP propone un modello di business, infatti non si basa sull’idea di risparmiare, tagliare i costi, ecc. ma di riorientare le spese, reindirizzarle.
2. Il problema non è tanto di tipo tecnologico, ma culturale, relativo ai diritti e al riuso del materiale. Bisogna intervenire in modo profondo e incisivo sulle resistenze (forti in Italia) che sono un grosso freno all’open content. Difficile far orientare un modello che di pubblicazione libera su Internet, soprattutto per i materiali didattici.
Non possiamo dire che esista “IL” modello economico, ma diversi modelli: non è l’OA tout court che è cosa buona, ma esiste un OA che funziona solo se ha alla base un modello di business.

Altri punti di vista arrivano da utenti open access: come Luca Tamagnone, che ha pubblicato su Biomed Central. Testimonianza di ambito biomedico: la comunità di ricerca è ampia e complessa. Il numero dei core journals è alto, almeno una ventina e comunque quelle che si leggono e su cui si pubblica sono centinaia. Questo certamente è un problema. L’elemento che lo ha portato a pubblicare OA è accidentale, legato alla scelta di una rivista, che si è basata anche sull’IF, come avviene abitualmente. Prima non aveva grande esperienza di che cosa significasse pubblicare OA. Pubblicare con Biomed gli ha permesso di capire qualcosa in piu’, di conoscere OA. Confrontarsi con riviste OA conduce a porsi delle domande.
Altro elemento importante per il suo settore è che non esistono sistemi di circolazione di pre-print. Tempi di pubblicazione sono rapidi, ma non si comunica se non in modo tradizionale. A meno che qualcuno non crei un sito personale. Ci sono anche periodici che impongono vincoli forti (puoi pubblicare solo se non hai divulgato prima il tuo articolo)(Ingelfinger’s rule).
Quando ha provato a pubblicare su BMC ha avuto la fortuna di arrivare in un momento in cui la membership dell’Ateneo di Torino era vantaggiosissima per i ricercatori. Il modello author pays va pensato bene, bisogna stabilire quale sia l’attribuzione dei costi. Può essere accettabile per un ricercatore di pagare una quota extra per garantire una quota ampia di accesso, ma bisogna riflettere sulla ripartizione dei costi. Poter pubblicare, anche se a costo ridotto su questi giornali può essere un problema ma è senza dubbio uno stimolo. Importanza di valorizzare questa possibilità per promuovere OA

Interviene poi Manuel Barbera, che lavora nel campo della linguistica e si occupa di licenze e proprietà intellettuale in relazione al sito dei corpora linguistici in rete. Un corpus è un oggetto ibrido, non è cartaceo, ha una componente sw e una componente testuale. Richiede delle messe a punto anche da un punto di vista legale. Per la prima volta lo ha fatto la sua equipe. Si è ragionato sulla tradizione della filosofia open source. I diritti o la rinuncia a determinati diritti non devono essere messi a valle. Il massimo dei limiti è messo a monte. Copyleft è un diritto regolamentato, avendo in mente diritti e libertà dell’utilizzatore. Hanno avuto il sostegno di un’altra istituzione, la Creative Commons Italia, che è a Torino, e i massimi esperti sono a Torino (Ricolfi, Ciurcina, …). Licenziare corpora in modo legale, difendendo chi li ha prodotti, chi ha creato i sw e gli utilizzatori che devono essere liberi di servirsene nelle loro ricerche è possibile. I risultati del lavoro sono stati raccolti nel volume Corpora e linguistica in rete: e così chiudiamo il circolo biblioteconomico. Il libro è infatti rilasciato dietro licenze CC, pur essendo una produzione cartacea. quindi le licenze Creative Commons vanno bene anche per opere cartacee.

Antonio Piga, che modera la tavola rotonda, pone l’accento sul ruolo del reviewer, che è indispensabile. Ha una variabilità enorme per quanto riguarda i tempi. E’ un ruolo che richiede massima rapidità. C’è persino competizione tra reviewer. È un’attività totalmente gratuita ma molto qualificante sul piano della ricerca e della visibilità.

Interviene dal pubblico Elena Giglia, che mette in evidenza il vantaggio per il ricercatore e per l’istituzione, che deriva dalla disseminazione, dal numero esponenziale di citazioni che l’articolo OA riceve. Inoltre evidenzia che il canale di diffusione OA è alternativo al modello tradizionale, non si vuole sostituire ad esso. Non tutte le riviste OA chiedono un contributo. L’IF è uno standard ma non è un canone, può essere messo in discussione. Finanziamento dovrebbe coinvolgere area di ricerca non solo aree biblioteche

Stefano Bianco concorda sulla bontà generale dell’OA, come di dimostra il successo di JHEP

La parola passa a Raffaele Caterina, che porta la voce delle scienze giuridiche: c’è cultura giuridica su Internet ma per lo più da siti e riviste che presentano dati e sentenze con taglio pratico, non sarebbero accolti dall’accademia. Ci sono anche esperienze di taglio accademico ma generalmente marginali. Patologia propria dell’editoria giuridica, dove la componente di pubblicare per i concorsi (non è solo del campo giuridico) è molto forte. La ricerca nel campo della fisica richiede enormi apparati e la comunità è piccola. Nelle discipline giuridiche è il contrario. Questo ha delle conseguenze. Bisogna rendere appetibile pubblicare OA. Bisogna che il gioco sia vincente, che pubblicare OA dia almeno gli stessi vantaggi delle forme di pubblicazione tradizionale. La comunità giuridica fa molta fatica a operare un processo di selezione e bisogna che l’OA offra dei criteri. Aggiunge che l’effettiva diffusione della cultura OA è anche legata a un fatto generazionale e che non si possa pretendere di cambiarla nel giro di pochi anni.

De Martin conclude:
OA è solo all’inizio, è un processo che altererà i modelli forse nel giro di 150 anni, non possiamo aspettarci che sia immediato. Un cambiamento tecnologico ha reso possibile ciò che un tempo era impossibile! Tempo fa avremmo detto sarebbe bello inviare le nostre pubblicazioni di Stanford in Mozambico, sarebbe bello che anche chi ha meno soldi possa contribuire alla crescita della comunità scientifica, questo ha una portata etica fortissima! La potenzialità è motivante. I business models arriveranno, non dobbiamo temere, così come sono arrivati all’open source arriveranno all’OA.

(Bianca e Giovanna)

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