Paolo Gardois reindirizza la discussione sul problema della peer review, ponendo due domande
1)esistono modalità codificate di peer review?
2)non è meglio applicare la peer review dopo la pubblicazione?
Lughi risponde sottolineando le differenze tra discipline. Nel campo delle discipline umanistiche la peer review quasi non esiste, ma è data dal mercato. Inoltre ci sono differenze tra opere di nicchia e opere che hanno statuto divulgativo (in questo caso la validità è decisa dal mercato). C’è una polarità che implica la scelta dell’articolo rispetto al libro nel campo scientifico e del libro nel campo umanistico. Conclude con l’affermazione che il web 2.0 ha un ruolo fondamentale nella creazione di processi di peer review.
Piga accenna ai pro e ai contro della peer-review non anonima. C’è il problema dei brevetti, ad esempio nel campo della ricerca farmaceutica.
Tamagnone illustra la necessità di una peer review diversificata a seconda di chi scrive. Ad esempio per un lavoro che arriva da paese dell’Africa, magari non scritto bene, l’anonimato è fattore fondamentale. Per un lavoro di ricercatori famosi è più importante aprire e rendere trasparente la peer review (vd. i blog aperti dai ricercatori in cui si segue l’esperimento dall’inizio fino ai commenti). Difficoltà di aprire la peer review per l’ambito in cui ci sono molti interessi (ambito farmaceutico). l’IF è discutibile ma è una garanzia di oggettività. L’IF puo’ essere un limite nella fase iniziale ma in prospettiva il limite potrebbe essere capovolto: sfruttando il meccanismo virtuoso (facilità di accesso alle riviste), man mano aumenta l’IF delle riviste OA. La rivista OA a parità di IF ha a questo punto un vantaggio in più, la più ampia diffusione che per il ricercatore è un valore aggiunto. Esperienze di peer review post-pubblicazione è interessante, ritenuta di interesse per i ricercatori. Peer review aperta è più complessa perché sono necessari vari livelli di review (è indispensabile un livello di validazione preventiva, per scorrettezze evidenti). Il livello di selettività richiesto è diverso a seconda della rivista che il peer giudica. Quindi poi la qualità è diversa a seconda delle rivista.
(Bianca e Giovanna)
“Lughi conclude con l’affermazione che il web 2.0 ha un ruolo fondamentale nella creazione di processi di peer review.”
Questa me l’ero persa. Mi piacerebbe capire in che senso: Il web 2.0 a me sembra l’esatto opposto. Un luogo dove la review viene fatta a pubblicazione avvenuta. Con tutti i problemi connessi.