Dopo una fase di silenzio riflessivo, ricominciamo in medias res, sperando di contribuire alla discussione inaugurata da un ormai celebre blog e da altre idee non scritte scambiate con chi era con noi.
I modelli “institution-pays” dovrebbero basarsi su una sorta di integrazione fra servizi garantiti dagli editori e servizi a carico delle repository – istituzionali o disciplinari che siano (vd. il modello di Armbruster, che distingue fra le funzioni di registrazione, archivio e disseminazione, compito degli archivi, e le funzioni di certificazione e navigazione, servizi da affidare all’editore). Questo significa che, in un modello “institution-pays” che si appoggi agli archivi, un trasferimento dei costi “a monte” (con il passaggio dalla sottoscrizione al finanziamento della pubblicazione) non basta se non conduce parallelamente a una redistribuzione delle funzioni fra repository ed editori. Se la “collaborazione” fra editori e repository può sgravare l’editore dai compiti di registrazione, archivio e disseminazione (sollevandolo anche dall’onere della gestione delle sottoscrizioni), è necessario che l’editore ripensi le modalità del suo servizio, garantendo forme più avanzate di certificazione e navigazione (vd. le ipotesi di servizi editoriali rinnovati illustrati da Armbruster: la post-publication peer review di Faculty of 1000; la peer review interattiva di Atmospheric Chemistry and Physics; le funzioni di navigazione della serie Living reviews del Max Planck Institute o le funzioni di analisi citazionale e statistica di RePEc). Se questo redistribuzione non avviene, ma si attua invece uno spostamento del finanziamento senza un’offerta rinnovata da parte del mercato editoriale, non è come se la portata rivoluzionaria delle repository non venisse valorizzata fino in fondo (o perché si crea una duplicazione dei servizi, cioè si pagano servizi già garantiti gratuitamente dalle repository, o perché si acquista alla stessa cifra un servizio ridotto)?
[...] access : servizi a valore aggiunto? Su segnalazione di Bianca, leggo un articolo di Armbuster sul ruolo di editori e institutional repositories nel ciclo della [...]
Ciao Bianca.
Benvenuti nella blogosfera e nel nostro blogroll, innanzitutto
La risposta al tuo interrogativo finale è dal mio punto di vista: si’. In realtà, di portata rivoluzionaria i repository istituzionali ne hanno avuta poca, diciamo la verita’, se vediamo i dati: in media ci sono pochi fulltext – anche se si vede dal DSUG07 che le cose stanno cambiando, lentamente.
Forse, oggi, gli institutional repositories (IR) documentano, più che altro, la produzione scientifica. In effetti, se devo pubblicare ho bisogno della peer review. Però – riprendendo una discussione di treni, notte e cinghiali, ripropongo alcuni spunti:
qual e’ il valore aggiunto della peer review – dobbiamo fare una bella ricerca in letteratura. Una cosa molto interessante, è il lavoro di Jefferson e coll.:
ammesso che la peer review abbia un’efficacia documentabile, quanto è il prezzo giusto da pagare?
Armbuster critica esplicitamente BMC e PLOS, dicendo che il costo della prima copia potrebbe tranquillamente essere di 5 $, non 1500+ (estremizzo, ma per capirci). Qui sono d’accordo.
Quello che mi lascia perplesso, ma mi stimola molto, però, è la conclusione – ne ho parlato in un post sul nostro blog.
Grazie per l’ospitalità e a presto.
Paolo